Un Milliard d’Espoirs. Laddove crisi e finanza non sono complici
“La Primavera araba, come caduta libera dal precipizio, dagli incerti piani alti del grattacielo occidentale, un macigno, che violentemente incontra l’oceano. E le onde si propagano, con una forza e un impeto dimenticati. Ma i risultati delle prime elezioni democratiche nel nord-Africa arabo non necessitano di alcuna metafora per essere indicati quali fedeli portavoce del radicale cambiamento in atto.
La rivoluzione politica si delinea quale causa e, contemporaneamente, effetto di molteplici profili. In primo luogo quello dello sviluppo del bene comune, trascurato per decenni dai regimi precedenti. In secondo luogo quello religioso islamico, astrattamente idoneo a denunciare le diverse contraddizioni radicate nelle istituzioni. Quello economico, infine, inteso quale strumento eventualmente atto a rimodellare gli schemi che consentivano le più grandi ingiustizie sociali. Non stupisce, dunque, che il cambiamento della Primavera araba sia riuscito mettere in discussione ogni aspetto della vita, dell’uomo, animale politico, sociale, economico e pensante, spirituale.”
IL BILANCIO complessivo delle istituzioni finanziarie islamiche, al termine del 2011, è stato positivo. Secondo il Fondo Monetario Islamico, nonostante gli squilibri politici estesi nel mondo arabo e tenendo conto dei mercati a livello globale, le operazioni di finanza islamica hanno superato il miliardo di dollari di fatturato attivo. Si tenga presente che nel 2010, il bilancio attivo delle operazioni, aveva raggiunto il risultato di 826 milioni di dollari. Nuove prospettive di espansione hanno quindi aperto il nuovo anno, nei settori dello sviluppo e della cooperazione economica, a livello nazionale e soprattutto interregionale.
Interessante è notare che il nuovo anno potrebbe produrre importanti novità economiche proprio nei Paesi nord-africani, ossia in quell’area dove si trovano, ad oggi, pochi esempi, non significativi di sviluppo di finanza islamica, in quella stessa area dove è scoppiata la rivoluzione cosiddetta araba, non ancora conclusa e che si estende oramai alle frontiere asiatiche della regione mediorientale. In particolare, nel dicembre scorso si sono aperte le trattative tra la banca internazionale islamica del Qatar e il governo marocchino, per l’istituzione di una nuova banca e di una nuova assicurazione islamiche nel Regno di quest’ultimo. Una delle banche islamiche più sviluppate in Tunisia, la Zitouna Bank, è stata recentemente nazionalizzata e sono in corso le negoziazioni per le sue future funzioni. In Egitto, la banca islamica al-Baraka inizierà ad emettere carte di credito islamiche, nel primo trimestre di quest’anno, mentre il nuovo governo libico, in contrapposizione al precedente regime, ha già dichiarato l’intenzione di permettere e di facilitare il funzionamento della finanza islamica nel Paese.
Nella regione MENA (Middle East and North Africa), tuttavia, i riscontri più significativi dell’economia Shari’a-compliant si registrano nell’area del Mashreq (Oriente arabo-islamico). In quest’area, i prodotti finanziari conformi alla legge coranica sono offerti sia da istituzioni strettamente islamiche, sia da istituzioni convenzionali, emittenti strumenti di varia natura. Le strutture economiche di questi Paesi, infatti, sarebbero riuscite a costituire un equilibrio così armonico tra le esigenze culturali, religiose locali e quelle dei mercati internazionali, da rendere spesso ardua la distinzione di fatto, tra elementi, contratti, depositi e progetti puramente islamici da quelli di finanza tradizionale.
Si pensi, a proposito, al World Future Energy Summit, ospitato ad Abu Dhabi ogni anno e, ultimamente, dal 16 al 19 gennaio scorso. Si tratta di un progetto, per il futuro energetico globale, che coinvolge istituzioni politiche, accademiche, economiche, nonché finanziarie, di singoli Paesi e di organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, il tutto nel e dal cuore della finanza islamica. A dire il vero, soluzioni Shari’a-compliant, si possono trovare in tutto il mondo, dalla Malesia al Regno Unito. In alcuni casi, prodotti di finanza islamica sono stati offerti e si sono sviluppati in Paesi non arabi, né islamici, prima ancora che in seno ad aree geopolitiche a tradizione prevalentemente, storicamente coranica.
A differenza di quello che apparentemente si potrebbe pensare, la finanza islamica non solo sta ottenendo ottimi risultati, nonostante la crisi mondiale, ma addirittura fornendo nuovi strumenti, nuove chiavi per insperati traguardi di progresso sociale. Essendo contraria all’usura, identificata quale qualsivoglia interesse, qualsivoglia speculazione e improntata allo sviluppo della collettività, la finanza islamica si presenta oggi come risposta, sostenibile e conveniente, alla plurime sconfitte di quella tradizionale.
Non si dovrebbero preoccupare, dunque, gli osservatori della Primavera araba, per la possibilità dell’instaurazione di nuove politiche economiche, islamiche nella regione MENA. Se ciò dovesse verificarsi, fisiologicamente e senza quell’aggressività tipica delle situazioni in cui disperatamente bisogna dimostrare chissà a chi, che cosa, potrebbe giovare anche agli investitori non-musulmani. Si tratterebbe cioè, di cercare di comprendere e di cooperare con un modello alternativo, ma non necessariamente diabolico, di organizzazione economico-finanziaria. Si tratterebbe di riscoprire il beneficio del condividere idee diverse di sviluppo. Si tratterebbe di conoscere e riconoscere l’altro da sé, con quel poco o tanto di umiltà feconda, necessaria, per crescere ancora.
di Caterina Pikiz Gattinoni
Milano, 29 gennaio, 2012
