Friday, February 17, 2012

A proposito di 'quote rosa'


Il 12 luglio 2011, il Parlamento ha approvato la legge n. 120, che contiene disposizioni in materia di parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati, nonché delle società controllate da pubbliche amministrazioni ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile, le cd. quote rosa. In particolare, suddetta legge modifica gli articoli 147-ter, 147-quater e 148 testo unico della Finanza (‘TUF’). In funzione integrativa, quindi, è intervenuta la delibera Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (‘Consob’), n. 18098 dell’8 febbraio 2012, che introduce l’articolo 144-undecies nel regolamento di attuazione del TUF (‘Regolamento Emittenti’ o ‘RE’), adottato con delibera n. 11971 del 14 maggio 1999 e successive modifiche.

Ai sensi dell’articolo 2 della legge n. 120 del 12 luglio 2011, le nuove disposizioni previste dal TUF si applicheranno a decorrere dal primo rinnovo degli organi di amministrazione e degli organi di controllo delle società in questione successivo ad un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge (riservando al genere meno rappresentato, per il primo mandato in applicazione della legge, una quota pari almeno a un quinto degli amministratori e dei sindaci eletti), quindi, dal primo rinnovo successivo al 12 luglio 2012. Per quanto concerne la delibera Consob n. 18098 dell’8 febbraio 2012, diversamente, il nuovo articolo 144-undecies RE entrerà in vigore già a partire dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

A partire dal 12 luglio 2012, le società quotate dovranno prevedere all’interno dello stesso statuto (per ciò che concerne Consiglio di Amministrazione e Consiglio di Gestione) e dell’atto costitutivo (con riferimento al collegio sindacale), una composizione del Consiglio di Amministrazione (‘CdA’), nonché del Consiglio di Gestione e degli organi di controllo, che assicuri l’equilibrio tra i generi. Sarà sempre lo statuto, inoltre, a dover disciplinare le modalità di formazione delle liste del CdA ed i casi di sostituzione in corso di mandato, al fine di garantire il rispetto del criterio di riparto previsto dalla legge medesima.

In particolare, per quanto riguarda il Consiglio di Amministrazione, il genere meno rappresentato dovrà ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti e tale criterio di riparto si applicherà per tre mandati consecutivi. In caso di inottemperanza, la Consob diffiderà la società interessata affinché si adegui a tale criterio entro il termine massimo di quattro mesi dalla diffida. In caso di inottemperanza alla diffida, la Consob applicherà una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 100.000 a euro 1.000.000, secondo criteri e modalità stabiliti con proprio regolamento e fisserà un nuovo termine di tre mesi ad adempiere. In caso di ulteriore inottemperanza rispetto a tale nuova diffida, i componenti eletti decadranno dalla carica.

Qualora il Consiglio di Gestione sia costituito da un numero di componenti non inferiore a tre, ad esso si applicheranno le disposizioni previste per il Consiglio di Amministrazione.

Con riferimento al Collegio Sindacale, il nuovo dettato normativo stabilisce che il genere meno rappresentato dovrà ottenere almeno un terzo dei membri effettivi per tre mandati consecutivi. In caso di inottemperanza, la Consob diffiderà la società interessata affinché si adegui a tale criterio entro il termine massimo di quattro mesi dalla diffida. In caso di inottemperanza alla diffida, la Consob applicherà una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 20.000 a euro 200.000 e fisserà un nuovo termine di tre mesi ad adempiere. In caso di ulteriore inottemperanza rispetto a tale nuova diffida, i componenti eletti decadranno dalla carica.

Sarà necessario, dunque, andare a modificare la disciplina statutaria, prevedendo: (i) le modalità di formazione delle liste nonché criteri suppletivi di individuazione dei singoli componenti degli organi che consentano il rispetto dell'equilibrio tra generi ad esito delle votazioni. Gli statuti non possono prevedere il rispetto del criterio di riparto tra generi per le liste che presentino un numero di candidati inferiore a tre; (ii) le modalità di sostituzione dei componenti degli organi venuti a cessare in corso di mandato, tenendo conto del criterio di riparto tra generi; e (iii) le modalità affinché l'esercizio dei diritti di nomina, ove previsti, non contrasti con quanto previsto dagli articoli 147-ter, comma 1-ter, e 148, comma 1-bis, del TUF.

Infine, l’articolo 144-undecies RE chiarisce che, qualora dall'applicazione del criterio di riparto tra generi non risulti un numero intero di componenti degli organi di amministrazione o controllo appartenenti al genere meno rappresentato, tale numero dovrà essere arrotondato per eccesso all'unità superiore.

La domanda che, a questo punto, naturalmente sorge è: quale impatto potrà avere, a livello sociale e non precisamente societario, questo intervento normativo?

Infatti, come uno studio della stessa Consob suggerisce (Bianco M., Ciavarella A., Signoretti R., Women on boards in Italy, Quaderni di Finanza n. 70, Consob, ottobre 2011 http://www.consob.it/main/consob/pubblicazioni/studi_analisi/quaderni_finanza/index.html), in Italia, le maggiori difficoltà del genere femminile ad inserirsi nel mercato si riscontrerebbero non a livello dirigenziale, nelle grandi imprese, bensì nelle imprese minori, a livelli più modesti di carriera professionale.

Da quanto sopra riportato, emergono le seguenti considerazioni: (i) la legge n. 120/2011, nonché la delibera Consob n. 18098 dell’8 febbraio 2012, intervengono in un terreno già fertile per le quota rosa, ossia nell’unica fascia professionale dove il genere femminile sta riuscendo ad affermarsi e ad espandersi; (ii) gli interventi, inoltre, riguardano solo le società quotate e le società per azioni controllate da pubbliche amministrazioni, presumibilmente grandi imprese e, quindi, ancora una volta rientrano nella piccolissima frazione di mercato dove il genere femminile e quello maschile riescono sovente a trovare un quasi equilibrio e una parità professionali; e (iii) la nuova normativa nulla dice (e nulla risolve), a proposito dei milioni di donne italiane che si trovano in serie difficoltà, da un punto di vista di segregazione professionale (per citare lo stesso studio Consob).

Seppur provocatoriamente, sembrerebbe lecito affermare, rispondendo al quesito più sopra formulato, che le nuove disposizioni in materia di equilibrio tra i generi si traducono in un’ennesima manovra ‘tanto fumo e niente arrosto’.

Ond’evitare critiche fini a se stesse, sarebbe opportuno riflettere sui possibili, futuri interventi in materia. In particolare, alla necessità di intervenire nelle fasce più deboli di lavoratrici, che sono la maggioranza e nelle imprese di piccole e medie dimensioni, corrispondenti a circa l’80% del totale italiano. Intervenire, dunque, in quella porzione di mercato che abbassa drasticamente la media nazionale (30% di occupazione femminile), in riferimento a equilibrio tra generi, portando l’Italia a cifre minime globali, con India, Giappone, Turchia e Austria.

Infine, per ottenere risultati qualitativamente e quantitativamente soddisfacenti, sarebbe il caso di affrontare la questione quote rosa in termini più estesi: se la questione ha origini, come presumibilmente è da ritenersi, parzialmente culturali e parzialmente economiche, di certo non basterà prevedere 1/5 o 1/3 di presenze femminili in seno agli organi di società per azioni, quotate o controllate da pubbliche amministrazioni. Il dibattito, ora pressoché sterile, potrebbe/dovrebbe allargare i propri orizzonti e affrontare materie quali, per esempio, finanziamenti per i figli a carico e riforma dell’educazione primaria, compresa l’organizzazione di asili nido.

A titolo personale, ora, vorrei aggiungere e concludere suggerendo che le ‘terribili battaglie femministe’, di quelle ‘streghe cattive che volevano sovvertire l’ordine e la pace sociali’, non sono concluse. Quelle battaglie, mie care e miei cari, sono incompiute. Da qui l’accezione ed eccezione negativa, odierna del termine ‘femminismo’, generata da uomini vincitori e, al tempo stesso perdenti, di madri, mogli e figlie. Qualcuno potrà pensare (perdonatemi): ci hanno guadagnato in prostitute! Ebbene, si tratterebbe della conferma di incompiutezza del femminismo, che tutto voleva fuorché questo. Pertanto, è bene ricordarsi di quella ferita ancora aperta e pulirla e curarla, prima che sia troppo tardi… Donne e uomini, siamo ancora in tempo.

Buon proseguimento!
Milano, 17 febbraio 2012
Caterina Pikiz Gattinoni 

Sunday, February 5, 2012

La finanza islamica disobbedisce alla crisi


Un Milliard d’Espoirs. Laddove crisi e finanza non sono complici
“La Primavera araba, come caduta libera dal precipizio, dagli incerti piani alti del grattacielo occidentale, un macigno, che violentemente incontra l’oceano. E le onde si propagano, con una forza e un impeto dimenticati. Ma i risultati delle prime elezioni democratiche nel nord-Africa arabo non necessitano di alcuna metafora per essere indicati quali fedeli portavoce del radicale cambiamento in atto.
La rivoluzione politica si delinea quale causa e, contemporaneamente, effetto di molteplici profili. In primo luogo quello dello sviluppo del bene comune, trascurato per decenni dai regimi precedenti. In secondo luogo quello religioso islamico, astrattamente idoneo a denunciare le diverse contraddizioni radicate nelle istituzioni. Quello economico, infine, inteso quale strumento eventualmente atto a rimodellare gli schemi che consentivano le più grandi ingiustizie sociali. Non stupisce, dunque, che il cambiamento della Primavera araba sia riuscito mettere in discussione ogni aspetto della vita, dell’uomo, animale politico, sociale, economico e pensante, spirituale.”
IL BILANCIO complessivo delle istituzioni finanziarie islamiche, al termine del 2011, è stato positivo. Secondo il Fondo Monetario Islamico, nonostante gli squilibri politici estesi nel mondo arabo e tenendo conto dei mercati a livello globale, le operazioni di finanza islamica hanno superato il miliardo di dollari di fatturato attivo. Si tenga presente che nel 2010, il bilancio attivo delle operazioni, aveva raggiunto il risultato di 826 milioni di dollari. Nuove prospettive di espansione hanno quindi aperto il nuovo anno, nei settori dello sviluppo e della cooperazione economica, a livello nazionale e soprattutto interregionale.
Interessante è notare che il nuovo anno potrebbe produrre importanti novità economiche proprio nei Paesi nord-africani, ossia in quell’area dove si trovano, ad oggi, pochi esempi, non significativi di sviluppo di finanza islamica, in quella stessa area dove è scoppiata la rivoluzione cosiddetta araba, non ancora conclusa e che si estende oramai alle frontiere asiatiche della regione mediorientale. In particolare, nel dicembre scorso si sono aperte le trattative tra la banca internazionale islamica del Qatar e il governo marocchino, per l’istituzione di una nuova banca e di una nuova assicurazione islamiche nel Regno di quest’ultimo. Una delle banche islamiche più sviluppate in Tunisia, la Zitouna Bank, è stata recentemente nazionalizzata e sono in corso le negoziazioni per le sue future funzioni. In Egitto, la banca islamica al-Baraka inizierà ad emettere carte di credito islamiche, nel primo trimestre di quest’anno, mentre il nuovo governo libico, in contrapposizione al precedente regime, ha già dichiarato l’intenzione di permettere e di facilitare il funzionamento della finanza islamica nel Paese.
Nella regione MENA (Middle East and North Africa), tuttavia, i riscontri più significativi dell’economia Shari’a-compliant si registrano nell’area del Mashreq (Oriente arabo-islamico). In quest’area, i prodotti finanziari conformi alla legge coranica sono offerti sia da istituzioni strettamente islamiche, sia da istituzioni convenzionali, emittenti strumenti di varia natura. Le strutture economiche di questi Paesi, infatti, sarebbero riuscite a costituire un equilibrio così armonico tra le esigenze culturali, religiose locali e quelle dei mercati internazionali, da rendere spesso ardua la distinzione di fatto, tra elementi, contratti, depositi e progetti puramente islamici da quelli di finanza tradizionale.
Si pensi, a proposito, al World Future Energy Summit, ospitato ad Abu Dhabi ogni anno e, ultimamente, dal 16 al 19 gennaio scorso. Si tratta di un progetto, per il futuro energetico globale, che coinvolge istituzioni politiche, accademiche, economiche, nonché finanziarie, di singoli Paesi e di organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, il tutto nel e dal cuore della finanza islamica. A dire il vero, soluzioni Shari’a-compliant, si possono trovare in tutto il mondo, dalla Malesia al Regno Unito. In alcuni casi, prodotti di finanza islamica sono stati offerti e si sono sviluppati in Paesi non arabi, né islamici, prima ancora che in seno ad aree geopolitiche a tradizione prevalentemente, storicamente coranica.
A differenza di quello che apparentemente si potrebbe pensare, la finanza islamica non solo sta ottenendo ottimi risultati, nonostante la crisi mondiale, ma addirittura fornendo nuovi strumenti, nuove chiavi per insperati traguardi di progresso sociale. Essendo contraria all’usura, identificata quale qualsivoglia interesse, qualsivoglia speculazione e improntata allo sviluppo della collettività, la finanza islamica si presenta oggi come risposta, sostenibile e conveniente, alla plurime sconfitte di quella tradizionale.
Non si dovrebbero preoccupare, dunque, gli osservatori della Primavera araba, per la possibilità dell’instaurazione di nuove politiche economiche, islamiche nella regione MENA. Se ciò dovesse verificarsi, fisiologicamente e senza quell’aggressività tipica delle situazioni in cui disperatamente bisogna dimostrare chissà a chi, che cosa, potrebbe giovare anche agli investitori non-musulmani. Si tratterebbe cioè, di cercare di comprendere e di cooperare con un modello alternativo, ma non necessariamente diabolico, di organizzazione economico-finanziaria. Si tratterebbe di riscoprire il beneficio del condividere idee diverse di sviluppo. Si tratterebbe di conoscere e riconoscere l’altro da sé, con quel poco o tanto di umiltà feconda, necessaria, per crescere ancora.
di Caterina Pikiz Gattinoni

Milano, 29 gennaio, 2012